Riepilogo delle attività

31 maggio 2022, ore 17.00

Roma, Sede UnAR, Sala Italia, Via Ulisse Aldrovandi 16

Segnalazione dai Soci – Presentazione del libro

 

A cura di Ester Capuzzo, Dalla Roma pontificia alla Roma italiana. Le istituzioni culturali e la città, Lithos, Roma 2022.

 

Coordinamento:

Alessandra Mignolli, Professoressa associata di Diritto dell’Unione europea, Sapienza Università di Roma

 

Interventi:

Augusto D’Angelo, Professore ordinario di Storia contemporanea, Sapienza Università di Roma

Luca Micheletta, Professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali, Università di Roma La Sapienza

Andrea Ungari, Professore ordinario di Storia contemporanea, Università degli Studi Guglielmo Marconi

 

 

20 maggio 2022, h 10.30

Roma, Biblioteca della Camera dei deputati, Sala del Refettorio, via del Seminario, 76

Segnalazione dai Soci – Presentazione del libro

Fernando Venturini, Il Parlamento è (anche) una Biblioteca. Guida all’informazione parlamentare, Editrice Bibliografica, Milano 2022.

In dialogo con l’autore:

Madel Crasta, esperta e formatrice nel campo dell’economia della cultura e delle digital humanities, già membro del Comitato tecnico-scientifico per le biblioteche e gli istituti culturali del MIBACT

Anna Galluzzi, Consigliere parlamentare, Biblioteca del Senato, Ufficio centrale e per la gestione dei fondi speciali, responsabile del Settore orientamento e informazioni bibliografiche

Giovanni Rizzoni, Consigliere caposervizio, responsabile del Servizio studi della Camera dei deputati, docente presso il Dipartimento di scienze politiche della LUISS Guido Carli

Valerio Strinati, già Consigliere parlamentare, segretario generale dell’Associazione delle istituzioni di cultura italiane

Ha coordinato:

Antonio Casu, Consigliere caposervizio, Bibliotecario della Camera dei deputati

 

18 marzo 2022, ore 17.00

Roma, Sede UnAR, Sala Italia, Via Ulisse Aldrovandi 16

Segnalazione dai Soci – Presentazione del libro

a cura di Ester Capuzzo, Sguardi sulla Dalmazia. Storie di viaggi e viaggiatori dal XVIII al XXI secolo, La Musa Talia – Società dalmata di storia patria, Venezia 2021.

In collaborazione con la Società dalmata di storia patria

Coordinamento: Antonio Casu, Presidente dell’Associazione Il Cenacolo di Tommaso Moro

Saluto introduttivo: Rita Tolomeo, Presidente della Società dalmata di storia patria – Roma

Interventi:

Carla Benocci, storica dell’arte

Alessia Ceccarelli, Ricercatrice, Università degli Studi di Roma La Sapienza

Francesco Gui, Professore ordinario, Sapienza Università di Roma

È intervenuta in conclusione la Curatrice.

 

4 febbraio 2022, ore 17.00

Roma, Sede UnAR, Sala Italia, Via Ulisse Aldrovandi 16

Con il patrocinio dell’Associazione Storia della Città.

Con il patrocinio dell’Associazione Storia della Città.

Segnalazione dai Soci – Presentazione del libro

Carla Benocci, L’Ultima Lega Santa 1683 1691. Dalla liberazione di Vienna alla Transilvania e alla riconquista cristiana della Morea e dei Dardanelli nel Diario romano di Carlo Cartari, Acies Edizioni, Roma 2021.

 

Coordinamento: Antonio Casu, Presidente dell’Associazione Il Cenacolo di Tommaso Moro

Relatori:

Marco Cadinu, Professore ordinario, Università di Cagliari, Presidente dell’Associazione Storia della Città

Francesco Gui, Professore ordinario, Università degli Studi di Roma La Sapienza

Virgilio Ilari, Presidente della Società Italiana di Storia Militare, Direttore di Nuova Antologia Militare

Francesco Gui, Professore ordinario, Sapienza Università di Roma

Donato Tamblé, Vicepresidente della Società Italiana di Storia Militare, già Soprintendente Archivistico del Lazio

É intervenuta l’Autrice.

 

21-22 Gennaio 2022

Segnalazione dai Soci – Convegno

ABITARE I LUOGHI

Fenomenologia e Ontologia. Workshop 4º edizione 2021/2022

DI CONFINI E DI OLTREPASSAMENTI

Promosso da: Università degli studi di Messina; Università degli studi di Macerata; Università “G. D’Annunzio”, Chieti-Pescara; Università degli studi di Napoli Federico II.

Responsabili scientifici: Virgilio Cesarone, Università G. D’Annunzio; Giovanna Costanzo, Università degli studi di Messina; Carla Danani, Università degli studi di Macerata; Sergio Labate, Università degli studi di Macerata; Mariateresa Giammetti, Università degli studi di Napoli Federico II.

Ø Venerdì 21 Gennaio

Prima sessione: Confini

Ore 9.00 – Saluti: Giuseppe Giordano. Introduzione: Giovanna Costanzo

Ore 9.30-11.00: ha coordinato Sergio Labate

Relatori: Francesco Rispoli, Caterina Resta

Discussione

Ore 11.15 – 13.30: ha coordinato Mariateresa Giammetti

Relatori: Sandro Gorgone, Andrea Mammarella, Marcello Mollica, Lucia Di Capua

Discussione

Seconda sessione: Relazioni

Ore 15.00 – 17.00: ha coordinato Virgilio Cesarone

Relatori: Peter Bojanic, Vereno Brugiatelli, Franco Farinelli

Discussione

Ore 17.00 – 19.00: ha coordinato Carla Danani

Relatori: Mariafilomena Anzalone, Gianluca Burgio, Salvatore Spina, Maria Teresa Giammetti, Gabriele Lo Vecchio

Discussione

Ø Sabato 22 Gennaio

Terza sessione: Oltrepassamenti

Ore 9.00 – 11.00: ha coordinato Giovanna Costanzo

Relatrice: Paola Ricci Sindoni (con una relazione dal titolo: Il Mediterraneo: confini identitari e ansie universaliste).

15 dicembre 2021, h. 18.00

 

Roma, UNAR, Sala Italia, Via Ulisse Aldrovandi, 16

Segnalazione dai Soci – Presentazione del libro

Alberto Olivetti, Intimità delle lontananze. Meditazioni al tempo della pandemia, Bordeaux 2021

Coordinamento: Carla Benocci.

Sono intervenuti: Francesca Brezzi, Antonio Casu, Cesare Salvi, Mario Tronti e, in conclusione, l’Autore.

  • EDITORIALE

    Tommaso Moro e l’Utopia necessaria. Un’altra idea di Europa.

    di Antonio Casu

    Sono trascorsi cinquecento anni dalla pubblicazione, a Lovanio, della prima edizione di «Utopia» di Thomas More, uno dei pochi libri, è stato scritto, che ha davvero inciso sulla storia del mondo. Eppure, nel tempo, il termine Utopia ha finito per assumere una prevalente connotazione negativa. La si è spesso intesa come sinonimo di ideale astratto, di chimera irraggiungibile, contrapposto ad una visione concreta e realistica della società e della storia. Neppure ha giovato alla considerazione del termine l’uso che ne hanno fatto ideologie e teorie politiche dei secoli recenti, che hanno finito per trasformare la promessa di una società migliore, o addirittura perfetta, in regimi oppressivi e totalitari.
    In sostanza, si è finito per ricondurre l’Utopia a progetti velleitari oppure a pericolosa illusione, oppio della ragione. Così, alcuni l’hanno demonizzata, come Solgenitzsin, che la riteneva l’origine delle dittature contemporanee, o Popper, che la riteneva inscindibile dalla violenza, o Berlin, critico del presunto desiderio di perfezione che sarebbe insito nell’Utopia sociale. Altri hanno tentato di appropriarsene, come Marx il quale, privilegiandone gli aspetti di critica sociale dell’Inghilterra del suo tempo annoverava Tommaso Moro tra i precursori del comunismo.
    Ma naturalmente non si possono attribuire all’opera di More le conseguenze delle degli usi e delle interpolazioni storiche successive. «Utopia» è invero una costruzione allegorica, dunque a più livelli di lettura. Un racconto non vero, ma verosimile, in cui alla fine il verosimile ci indica il vero.
    Non un solo particolare, nel libro, è irrilevante. La storia è raccontata da una voce narrante, Raffaele (il nome dell’Arcangelo che significa Dio guarisce) Itlodeo (il cui etimo Izlos daíein significa raccontatore di bugie, burlone). Itlodeo, un navigatore esperto, che aveva navigato con Vespucci, racconta di una terra che era in origine una penisola chiamata Abraxa (ábrektos, su cui non piove, spiegava Lupton) collegata alla terraferma da un istmo che il suo conquistatore Utopo fece resecare, e che quindi da lui prese il nome di Utopia (ou-tópos, non luogo), e che in precedenti stesure del libro era indicata come Nusquama (nusquam, in nessun luogo) ed anche Eutopia (eu-tópos, luogo felice).
    L’isola che non c’è aveva come una capitale denominata Amauroto (città fantasma), era attraversata dal fiume Anidro (senz’acqua), governata dal principe Ademo (senza popolo), amministrata da Tranibori (tranós borós – vistosi mangiatori) e da Sifogranti (sýfos ghérontes – anziani altezzosi), difesa da Zapoleti (zoe poléin –  mercenari), e aveva per vicini Acori (akóros – senza terra) e Polileriti (polús-lérosítes – nativo di molte ciance), e via dicendo. Thomas More ci dice, dunque, che la fondazione dell’Utopia comporta la scelta di tagliare i ponti con il passato; di superare il limes della terraferma delle nostre convinzioni e abitudini, e delle illusorie certezze; di inoltrarsi nel mare aperto della conoscenza, empirica e spirituale. Solo così si potrà aspirare a giungere all’isola felice della libertà e del buon governo.
    Ed inoltre, se l’Utopia risiede in un luogo felice che non sta in nessun luogo, e dunque in nessun luogo può sussistere un luogo davvero felice, allora non trova fondamento alcuno l’attesa messianica della perfezione in terra, l’aspettativa di raggiungere una società perfetta. Vi è solo il diritto-dovere di migliorare il mondo, in ogni luogo e condizione. Cominciando da noi stessi.
    L’Utopia di Tommaso Moro è in realtà una critica del potere, una sublime satira del potere.
    Tommaso Moro, diceva Luigi Firpo, ci invia un messaggio nella bottiglia. E ci svela il volto oscuro del potere, che comanda ma non libera, lasciando a noi il compito di migliorarci, di raggiungere la saggezza mediante la ragione. Il fine dell’Utopia è dunque la saggezza, quella che Francesco Cossiga definiva, proprio parlando di More, il bene comune possibile.
    In quei pochi anni, agli inizi del Cinquecento, a un quarto di secolo dalla scoperta dell’America, l’insieme delle categorie politiche e giuridiche medievali implode, come ci spiega Carl Schmitt in «Terra e mare» e soprattutto nel «Nomos della Terra».
    Così avviene che la scoperta del Nuovo mondo genera la ricerca di un Mondo Nuovo, e che tale ricerca costituirà la causa e il motivo unificante della letteratura utopistica che dopo More prenderà le mosse, anzi… il largo.
    E avviene anche che in questa ricerca, e a causa di essa, matura il paradigma moderno del potere: l’«Elogio della Follia» di Erasmo è del 1511, «Il Principe» di Machiavelli è del 1513, l’«Utopia» come si è detto viene pubblicata nel 1516, «Le istituzioni del principe cristiano», ancora di Erasmo, sempre nel 1516.
    La teoria politica medievale è consegnata agli archivi. Il conflitto tra ragion di Stato e Utopia segnerà indelebilmente la storia politica del Vecchio Continente, e con esso la lucida consapevolezza della necessità di un’alternativa umanistica al predominio della scienza e della tecnica, in sostanza della necessità di un sistema di valori al quale ancorare il progresso scientifico. L’isola che non c’è è anche un luogo di buon governo: “de optimo rei publicae statu”, recita il titolo dell’opera.
    Vi è ancora un altro aspetto che occorre sottolineare. L’Utopia di Thomas More è l’ultima visione unitaria dell’Europa, e del suo ruolo guida nella storia del mondo, prima della stagione degli scismi e delle chiese nazionali, prima della separazione tra fede e ragione che ha separato irreparabilmente la civiltà europea dal suo primato, consegnandolo ad altri protagonisti.
    Una visione, quella di Tommaso Moro, che restituisce alla libertà, anche religiosa, e alla cultura, dunque alla conoscenza, una centralità che avrebbe impedito questa deriva.
    Che teorizza una separazione virtuosa tra sfera politica e sfera religiosa che da una parte richiama l’essenzialità del precetto evangelico e dall’altra anticipa la fine del temporalismo. Con secoli di anticipo rispetto al “Libera Chiesa in libero Stato”.
    Che promuove una visione antropologica della società basata sulla centralità della persona, tanto da teorizzare, per la prima volta, l’abolizione della pena capitale. Ben prima di Beccaria, il quale peraltro, nel capitolo XXVIII della sua celebre opera «Dei delitti e delle pene» subordina il divieto di irrogazione alla pena capitale alla sicurezza dello Stato e alla tutela dell’ordine pubblico, e dunque in sostanza alla ragion di Stato.
    Una visione, dunque, anche profetica, perché addita un percorso che è stato ripreso secoli dopo. Un santo campione dello Stato laico, lo definiva ancora Cossiga.
    Perché, in ultima analisi, l’Utopia non è uno stato emotivo, né un rifugio consolatorio dello spirito, né una manifestazione di buonismo politico. Né tantomeno una fuga dalla realtà. Al contrario, l’Utopia è l’unica alternativa possibile al fatalismo, alla rassegnazione, alla supina accettazione dei rapporti di forza che regolano la società.
    L’Utopia è l’altra faccia della Norma. Senza Norma, senza la Legge, la società scivola nell’anarchia e nella dissoluzione. Ma senza Utopia, la realtà si conforma ineluttabilmente ad un Ordine improntato alla legge del più forte.
    L’Utopia è lo spazio di libertà dell’uomo di fronte all’Ordine.
    L’Utopia è dunque una lucida, consapevole, e spesso costosa, assunzione di responsabilità. Ma è una responsabilità necessaria.
    Perché nessuno può pretendere di possedere tutta la verità, o di possederla solo per sé, o di esserne unico interprete. E nessuno ha diritto di attingere da solo a quella fonte. Al contrario, occorre aprirsi alla conoscenza, degli altri e dell’altro. Perché solo la conoscenza conduce alla verità, e solo la verità rende liberi.

     

    da Tempopresenterivista, 25 OTTOBRE 2016

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